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mercoledì 6 giugno 2007

Sono un po’ stanchino. Credo che tornerò a casa, ora.

Vesuvio allo specchio

Non ci voleva Forrest Gump stasera.
No, non ci voleva proprio.
Sono facile alla commozione.
Una dopo l’altra tante emozioni, l’INPDAP, Ciccina che fa l’immersione e prende il brevetto PADI e (giustamente) festeggia con i sub, le mie figlie che mandano sms che affermano il loro diritto a dormire a casa di amiche.
No, non ci voleva proprio, di sabato.
Il pensiero, non so perché, vola alle poesie di Quasimodo, al libro di Nadolny Sten La scoperta della lentezza, a Miguilin di Guimaraes Rosa, a Oltre il giardino,ultimo film di Peter Seller, ad altri pensieri.
Vola anche al mio primo viaggio in USA dopo circa 20 anni che il mio fratello/amico stava lì, sono andato a trovarlo.
Sono stato l’ultimo degli amici a farlo.
Forse per manifestargli il mio dolore per la sua assenza, forse solo per pigrizia.
Abbiamo fittato un pick up.
E abbiamo fatto dalla Lousiana alla Florida passando per il Mississipi e l’Alabama.
In un giorno solo.
Come dire: on the road again.
Compreso il ritorno.
In un giorno solo, compreso l’insabbiamento del pick up su una infinita spiaggia della Florida.
Non ricordo quale telefilm volevamo imitare ma ci siamo insabbiati dopo 10 metri. C’è voluto il carro attrezzi per tirarci fuori.
E abbiamo mangiato da Bubba Gump .
Gamberi buoni, porzioni incredibili, a cestini, pochi dollari.
Ma forse avremmo potuto pagare anche cento o mille dollari.
Sarebbe andato bene lo stesso.
Certe cose non hanno prezzo (a volte la pubblicità non sbaglia), non so cosa ne pensiate voi.
È stato un bel viaggio.
Poi lui tornava alla sua università e io al mio lavoro a Napoli.
Ora New Orleans mi dicono che non c’è più, le cose belle passano.
Come dire (con la mamma di Forrest): “Devi cercare il passato dentro di te prima di andare avanti”.

E quindi una serata davanti alla tv, per fortuna con un buon film.
Roba da pensare alle poesie di Quasimodo, al libro di Nadolny Sten La scoperta della lentezza, a Miguilin di Guimaraes Rosa, a Oltre il giardino,ultimo film di Peter Seller, ad altri pensieri.
Buono, la fame passa.
Un’insalata e via, la serata svolta.
Il medico sarà felice, i grassi caleranno.

Eppure, eppure, alla fine del film una piuma bianca vola.
Vola leggera.
In alto.
C’è una nota positiva.
C’è qualcosa che va avanti.
Che mette appetito.
Dobbiamo andare avanti.
Con leggerezza.
Mi torna l’appetito.
La ricetta di Cat: Paccheri, ceci neri e peperoni.
Semplicemente geniale, delicata e colorata.
Non ho 48 ore per i ceci e, soprattutto, non ho i ceci umbri (e foschi).
Non fa niente, mi perdonerà.
Apro una buatta di ceci (bianchi o chiari?) e una di peperoni arrostiti Primavera.
Metto l’acqua sul fuoco.
Mmmmmhhhh, con i ceci qui mettiamo le fettuccelle (non che manchino i paccheri trafilati ma salvo la tradizione partenopea).
Fettuccelle NON ALL’UOVO, ben intesi.
Separo i peperoni rossi che conservo per il set e metto quelli gialli a soffriggere in olio con i ceci scolati per fare un po’ di pappetta (lo so, suona male ma è così) insieme ad aglio e peperoncino.
Scongelo due gamberi di quelli grandi e carissimi (ma Cat se li merita) e li butto nel soffritto alla fine, aggiusto di sale e lo trasformo in piatto unico.
Scolo al dente (e che ve lo dico a fare) e salto in padella a fuoco vivo.
Fotografo e servo in tavola.
Gradisco molto.


La leggerezza di Cat si è persa ma qualcosa è rimasto, lui mi perdonerà, ne sono sicuro.
Fuori il traffico impazza in questo saba infernale del sabato napoletano.
Ora mi preparo alla partenza per Londra.
Bye, See You On Monday!

lunedì 4 giugno 2007

Lo zucchino del pensionato



Entro deciso.
Acciaio, vetri e poltroncine.
Finalmente, dopo 2 anni di indecisione mi risolvo a verificare la posizione pensionistica.
Per tempo. Una volta tanto.
Allora entro. Ore 8,30.
Gli sportelli aprono alle nove.
È pieno, anzi è GIA’ pieno. Tutti maschi.
I vecchi dormono poco, si sa.
Fila davanti alla macchinetta dispensa bigliettini “tagliacoda” (si chiama così, giuro).
Arriva il mio turno (sono le 8,45).
Guardo indeciso i 4 tasti.
1 attività pensionistiche enti locali;
2 attività pensionistiche enti statali;
3 trattamenti di fine rapporto-lavoro;
4 credito e altre attività;
premo 3 deciso e poi, meno deciso, 1 e 2.
“E no!” mi fa, deciso, il vecchietto dietro.
“Così non vale!”
“Ma, ma, ma…” balbetto, indeciso.
“No, no, li posi lì, anzi li dia a me che li passo dietro. Lei ne prende solo uno.”
“Ma non so quale è la fila giusta!” faccio io commovente.
“Allora niente. Chieda prima! Chieda! C’è lo sportello per le informazioni.”
Abbandono per andare allo sportello Informazioni e mi metto in fila mentre il vecchietto indignato si mette i bigliettini in tasca.
Alle 9,12 giungo al Signore.
Sportello blindato manco alla Banca d’Italia.
La sua voce esce da due altoparlanti stereofonici mentre voi (io) dovete parlare in un microfono a bottoncino posto all’altezza della fronte (mia).
La voce stentorea: “Bè, cosa c’è?”
Mi alzo in punta di piedi e sussurro nel bottoncino “Vorrei conoscere la mia posizione.”
“Come dice?” urla, la gente si volta.
“Vorrei conoscere la mia posizione.” Ripeto deciso ad alta voce, sputacchiando un po’ nel microfono alla parola “posizione”.
“Bene, che posizione ha?”
“è quello che vorrei sapere.”
“no, voglio dire, che ente?”
Glielo dico.
“Napoli 2”
“?”
“Forse lei non sa che il ns. Ente ha due (2) sedi a Napoli?”
“E la sede del suo Ente è di pertinenza alla Napoli 2.”
“E questa è…”
“E questa è Napoli 1”
Sto per abbandonare triste, le orecchie flosce.
Mi richiama: “dove abita?”
Le orecchie si drizzano e glielo dico.
“Bene, la sua sede per residenza è qui Napoli 1, per Ente è la Napoli 2.” (giuro che è vero, non sto inventando!)
Siamo in una empasse.
Chiedo io: “ma la posizione non è informatizzata?”
“Certo!” fa lui, ferito nell’orgoglio professionale.
“E allora io, per residenza dico, potrei conoscere la mia posizione?”
“Bè, certo.”
“E allora, quale sportello?”
Si arrende: “numero 1.”
Ore 9,30, torno a fare la fila alla macchinetta tagliacode (si fa per dire).
Mi attribuisco il bigliettino n° 124 e mi vado a sedere ingobbito.
Si discute di colonie estive e del prezzo dei pomodori, che poi sono pomodori olandesi, si sa, perché i nostri non escono prima di un mese. Roba di serra, che schifo, faccio io.
Ottengo consensi, faccio amicizia.
Sono molto esperti, vengono qui quasi tutti i giorni “valorizzando così la funzione sociale dell’Istituto Previdenziale ben oltre la Mission assistenziale…”
Si parla di zucchine, qualcuna è già buona, le paesane.
Certo, quelle di Giugliano, faccio. Bravo, fanno.
Fragole, no! No fragole, sono allergico!
OOOOHHHH, poverino!
No, fragole no perché sono finte! Tutte di serra, anticrittogamici, pesticidi vari, antimuffa anti tutto…
Tiriamo fuori i panini perché si sono fatte le 10,30. si propongono scambi, declino e mi tengo la frittatina di prezzemolo al limone (se volete la posto).
Stiamo cominciando a scambiare ricettine di stagione sulle zucchine quando entra una stanga di ragazza.
La Ola parte inavvertita dal vecchio in prima fila a sinistra, il coro fa un OOOHHH pacato, ondeggiante, in fondo rispettoso ma meravigliato della potenza della Natura.
Quando è il mio turno mi alzo con l’aria di spolverare le briciole dai calzoni, è un problema di solidarietà con la categoria, mica altro?
Uno caccia dei tubetti di compresse e ne ingoia una azzurra.
Mah!
Forse si sta esagerando ma non lo dico.
“E’ la campionessa della bocciofila Pacognanese!” esclama un altro.
Si sta esagerando senz’altro ma comunque il tempo passa.
Il vigilante addetto agli ingressi raggiunge la ragazza e le indica l’ingresso, sottraendola ai nostri pacati commenti.
Il vecchietto riprende i tubetti e ne ingoia una bianca contro l’ipertensione.
Continuiamo a parlare di cibo e varie e, finalmente, quando stavo per dare il nome del blog, il segnacode arriva al 123.
Educato saluto e auguro di rivederci presto e mi avvio.
“Seeeeee, in paradiso…” commenta uno.
Faccio gli opportuni scongiuri ed entro.
Sportello 1, il 123 sta salutando l’impiegato, lo bacia su entrambe le guance e lo strizza in un abbraccio entusiasta.
Questo fa bene sperare ma non fa bene sperare un vecchiaccio antipatico che staziona davanti al box dello sportello 1.
E che non era tra gli astanti.
Di dove salta fuori?
Chiamo il vigilante, si volta e vaga verso lo sportello 5, il più lontano.
Esce il vecchio affettuoso, tento di entrare io ma il vecchiaccio antipatico mi batte sul tempo, entra e si siede.
Protesto vibrante.
Il vecchiaccio da dentro fa un gesto come per dire “un momento e che diamine….”
Il vigilante è sparito.
Che faccio? Pianto un casino con l’impiegato?
Ora ciarlano allegri come compagni di merenda.
E se me lo faccio nemico (l’impiegato)?
In corpo mi monta una rabbia che non vi dico ma soprassiedo e mi rifaccio ad anni di dominazione spagnola e di santa pazienza.
Com’è, come non è, tocca infine a me.
Ed entro deciso (e anche un po’ ingrugnito) spintonando sulla porta l’uscente.
Niente armadietti o cassettiere, solo un monitor e tastiera su una scrivania di vetro, vuota.
“Buongiorno!” esclama felice di vedermi l’impiegato.
“buongiorno.” Rispondo freddino.
“cosa posso fare per lei?” fa il lecchino con il senso di colpa.
“vorrei conoscere la mia posizione rispetto alla domanda di riscatto presentata nel 2003”.
“Ente?”
Glielo dico.
“Ahi, ahi – mi fa – forse c’è una complicazione, il suo Ente ricade ….”
“lo so, lo so – faccio sicuro – ma sono in questa sede come RESIDENTE!” e calco bene le parole.
“no, no! Non ha capito, il suo Ente è stato commissariato nel 2003.”
“e allora?”
“e allora bisogna vedere se la domanda giace nelle inevase del disciolto Ente o se, per sua fortuna, giace nelle inevase di quelli confluiti nella Gestione Straordinaria Commissariale degli Enti Inutili e Quindi Disciolti.”
“e come si fa?” domando, indeciso e pavido.
“adesso vediamo.” esclama il munifico impiegato pigiando sul computer.
“ah, bene, bene. È stata accettata.”
Mi rilasso e quasi mi è simpatico. ACCETTATA!
“insomma, accettata cioè ricevuta.”
“cosa ricevuta? L’ho spedita nel 2003! È chiaro che è stata ricevuta! 3 km doveva fare!”
“quella che sembra chiaro a lei non è scontato per noi.” Esclama il tignoso.
“insomma, posso sapere se è stata accettata cioè approvata?”
“caso mai accolta. Cosa vuole sapere la domanda o la richiesta?”
“che differenza fa?”
“la domanda, cioè l’istanza, contiene i prerequisiti per l’istituzione dell’Atto (e lo dice con la A maiuscola) cioè dell’apertura della pratica afferente alla sua gentile richiesta di valutazione che, naturalmente prescinde dal principio di accoglimento che invece attiene, più propriamente, alla soddisfazione del quesito posto in essere con la ricezione della interpellanza…”
“TUTTE E DUE!”
“Bè, dagli Atti (sempre con la A maiuscola), sembrerebbe che la domanda pervenne e la richiesta giacque.”
“sembrerebbe o è?”
“è.”
“Dopo 4 anni?”
“Dopo 4 anni.” Ammette malvolentieri.
“e ora?” lo dico sfiduciato.
“e ora facciamo un bel sollecito.” afferma lui tutto allegro.
Stampa un foglio con il mio nome e ci scrive qualcosa di illeggibile sopra a penna.
“non si preoccupi, ora ci penso io, in un paio di mesi le faccio sapere qualcosa.” Giura entusiasta.
“allora chiamo a luglio?”
“ho detto un paio di mesi, ci sentiamo a settembre, meglio ottobre, non si preoccupi, ora ci penso io.”
Esco scoraggiato e con la coda dell’occhio vedo che qualcosa vola nel cestino dei rifiuti.
Non l’avevo visto prima il cestino dei rifiuti. Era sotto la scrivania.
Scanso il sondaggio sulla soddisfazione dell’utenza e mi avvio verso casa.
Strada facendo penso che vorrei cucinare i calamari imbottiti di zucchine e frutti di mare di Gennarino ma prima passo da Tonino l’erbivendolo di vico Freddo a Santa Maria.
Cribbio, ha delle zucchinelle mai viste prima! Tonde e ciotte che sono uno sballo!
Chiedo cosa ci possiamo fare e lui, docente, risponde dorate e fritte con la mozzarella o imbottite.
AriCribbio, queste i pensionati non le conoscevano!!!???
Non ho dubbi e ne compro 8 sconvolgendo tutti i piani.
Camminando verso la pescheria mi invento come farle.
A Napoli, come saprete, impera la Scapece, che poi sarebbero zucchine fritte conservate nell’aceto che anticamente si tenevano in un boccaccio di creta bianca per più giorni.
Il sig. Scapece, inventore geniale, se le inventò perché non c’erano i frigoriferi e, qui da noi, faceva un gran caldo, e, per mitigare la puzza dell’aceto, aggiunse addirittura la mentuccia.
Insomma, le omonime zucchine risultano ottime al gusto, conservabili per giorni e magicamente profumate. E non è poco.
Il sig. Scapece annovera tra gli avi Ser Escabeche nominato per la prima volta (addirittura) nelle Mille e una notte!
L’ideuzza sbozza leggera ma si completa al ricordo del finocchietto selvatico comprato per fare il pollo copiato da …(cribbio, non mi ricordo più da chi????).
Infine sboccia trionfante al pensiero del mese trascorso in Mexico a mangiare profumatissimo Ceviche (pesce e aceto o limone).
Ecco, è fatta.
Arrivo in pescheria ed entro deciso.
“Voglio un calamaro.”
Pago, esco e vado a casa.

Zucchinelle ripiene di risotto profumato



Ingredienti per 4 persone in piene facoltà mentali:
riso Flora classico parboiled 320 gr. (oppure vialone nano ecc.)
aglio fresco 4 spicchi
menta, finocchietto selvatico, prezzemolo
Aceto balsamico 1 cucchiaio
Aceto bianco di vino 2 cucchiai
Vino bianco secco mezzo bicchiere
Olio evo 4 cucchiai e un po’
Brodo vegetale leggero con qualche foglia di menta e di finocchietto oppure con qualche tentacolo di calamaro (meglio)
Un calamaro fresco (300gr da pulito)
8 zucchinelle tonde
Sale & pepe bianco

Preparazione
Lavate, tagliate un cappuccio e svuotate della polpa le zucchine (facendo attenzione a non romperle).



In un tegame avviate in olio (2 cucchiai), 2 spicchi d’aglio e il calamaro pulito delle interiora e tagliato a pezzetti piuttosto piccoli a fuoco medio, quando il calamaro diventa bianco (cioè perde il traslucido) aggiungete la polpa sminuzzata delle zucchine, soffriggete per un po’, aumentate il fuoco e aggiungete un cucchiaio di aceto bianco e menta e finocchietto sminuzzati.
Sfumate e abbassate il fuoco, portate quasi a cottura regolando il sale.
Quasi alla fine aggiungete un cucchiaio di aceto balsamico e ancora un po’ di menta e finocchietto.
Lasciatelo appena brodoso.
Nella pentola per il risotto fate cuocere a fuoco dolcissimo due spicchi d’aglio schiacciato in 3-4 cucchiai di olio (senza cipolla? Si, un risotto senza cipolla e senza burro, povero Allan Bay!), quindi aggiungete il riso e fatelo tostare a fuoco vivo rimestando spesso per un paio di minuti prima di aggiungere vino e aceto bianco caldi, continuate a girare e sfumate.
Aggiungete il brodo bollente un mestolo per volta e, quando siete a metà cottura, aggiungete la polpa di zucchine e calamari (abbiamo detto un po’ brodosi). Tenete da parte qualche pezzetto di tentacolo per la guarnizione.
Spegnete con il riso ancora croccante e aggiungete un altro cucchiaio d’olio e un po’ di menta e finocchietto tritati. Girate e coprite per un paio di minuti. Provate il sale, se vi piace questo è il momento del pepe.
Ungete d’olio (poco) dentro e fuori le zucchinelle svuotate, ponete sul fondo una fogliolina di menta, riempitele del risotto e coprite con pochissimo finocchietto e prezzemolo, incoperchiate e ponete al forno preriscaldato e ventilato a 220° in un ruoto adatto, per 20 minuti circa.



Che dire?
Questa volta sono soddisfatto di me. Un profumo notevole per un piatto delicato e gradevole.
Naturalmente si può fare come un semplice risotto se non trovate le zucchine tonde.
PS: la variante vegetariana prevede di fare tutto uguale eliminando il calamaro (of course!) e aggiungendo un bel po’ di taleggio in chiusura di cottura del riso.
Se lo rifate, vi prego di citarmi ai commensali.



E Ciccillo che dorme beato sui miei calzini appena asciugati al sole e me li impela tutti.

martedì 29 maggio 2007

Richiedi la tua EnoCard compilando l’apposito form

Maggio dei Monumenti a Napoli 2007

“Come ogni anno, anche questa primavera vedrà protagonista Napoli città d’arte nei week-end che vanno dal 27 aprile al 27 maggio 2007, la città partenopea sarà teatro di manifestazioni culturali e di eventi ad alto contenuto artistico. Monumenti e collezioni private, che normalmente restano chiusi durante l’anno, saranno accessibili e visitabili, in taluni casi anche gratuitamente.
Passeggiate tematiche nel centro storico ed itinerari selezionati integreranno il già vasto calendario di appuntamenti.”

La XIII edizione del Maggio dei Monumenti ha per tema conduttore: I Misteri di Napoli, Esoterismo, leggende, superstizioni, riti scaramantici, culto dei morti!

Caspiterina!

Inoltre richiedendo la Enocard tramite Internet potrai partecipare in prima persona al grande evento multimediale che si terrà a Napoli, presso la Grotta di Seiano dal 26 maggio al 3 giugno 2007. La Grotta di Seiano, luogo simbolo di una Napoli antica e moderna è, nell'immaginario collettivo, luogo che rappresenta un insieme di bellezza e paura, buio e luce…palestra del sommo poeta dell'antichità Publio Marone Virgilio.
La card, oltre a rappresentare il gadget dell’evento dà diritto all’ingresso gratuito alla Mostra/Installazione e offre ai possessori il concerto di Peter Schwalm, sabato 26 maggio, presso l´Odeon del sito archeologico fino ad esaurimento posti.

Per prenotare la Enocard, basta iscriversi compilando l’apposito form presente su questo sito:
http://www.brianenofornaples.com/index.php

O perBacco, Bacchino!

Che modernità e che vini che ci saranno!?! Sicuramente campani, per Bacco!
Quasi quasi informo anche Violacea così la conosciamo.

Detto, fatto! Il sabato è combinato, così Ciccina non potrà più dire che non usciamo mai.
Ci iscriviamo.
Perfetto.
Certo questo Peter Schwalm non è che lo conosciamo proprio bene (ah, beata ignoranza) ma non è certo la solita musica (ed è già qualcosa).

Tra l’altro l’evento ci regala la possibilità di rivedere il complesso archeologico del Pausilypon romano del I secolo a.c. che ha un grandioso accesso con la Grotta di Seiano. Si tratta di un tunnel artificiale che, traforando la collina di Posillipo, congiunge Coroglio con la Gaiola, in pratica dopo 800 m. di percorso sfocia in un’area archeologica con un Anfiteatro da 2000 posti e un perfetto Odeon (per le rappresentazioni più intime) in ottimo stato di conservazione. Inoltre si affaccia su un tratto di mare bellissimo da fare invidia ai migliori panorami di Capri!
Un posto suggestivo e incantato.
Vedi qui, quo e qua.

Com’è, come non è, il sabato passa potando il legno secco delle rose (io), legando rampicanti (io), strappando erbacce (io), concimando le piante (io), trapiantando le nuove spezie (io), buttando il veleno (antiparassitario) (io), riempiendo 5 sacchetti di rifiuti organici (io), scopando e lavando a terra tutto il terrazzo (io), innaffiando (sempre io) mentre Ciccina è fuori a vendere e comprare moto e le ragazze lo sa solo iddio.
Ciccillo potete vedere da soli cosa ha fatto tutto il giorno.



Quando fa così lo odio.

Giunta la sera ci chiediamo se mangiare qualcosa prima di andare al concerto ma prevale la tesi light perché con il vino ci sarà sicuramente companatico! Segue un breve dibattito su come raggiungere Coroglio, strada stretta e accidentata che non consente facile parcheggio (ma dove è facile il parcheggio a Napoli?).
Deciso, andiamo con la moto di Ciccina (la polisportiva).
E via, con caschi (quello di Ciccina ha le orecchie posticce dell’orso Ciccione attaccate sopra) e giacchini, guida Ciccina (io non so neanche metterla in moto la moto).
Fino a Posillipo tutto bene poi prima buca.
Dico “Umff” per l’insaccata. Grida lei all’indietro: “Che c’è?”.
“Niente”.
Seconda buca: “Auch!”
Lei: “Come hai detto?”
“Niente, niente.”
Terza buca, si sbullona la cervicale e: “CRIBBIO!”
Lei: “Allora?”
“ALLORA CHE?” faccio io con il collo incriccato.
E anche un po’ aggressivo.
Lei: “che succede?”
Io: “niente, niente, non ti preoccupare.”
“Sto cercando di evitarle (le buche).”
L’omissione mi dichiara che sa bene cosa sta succedendo.
Si sente in colpa e forse non sta facendo tutto quello che potrebbe fare per evitarle le buche (visto? Io non ometto).
Alla fine si giunge in qualche modo.
Scendo dalla moto dolorante e intorpidito e ci avviamo alla fila.



Ci lasciano entrare a piccoli gruppi per percorrere lo splendido tunnel semibuio allietati da incursioni sonore inquietanti e rarefatte tanto che verso la metà il gruppo si sgrana e cominciano i sorpassi. I giovani allungano il passo seminando il resto del gruppo. Noi manteniamo la posizione a fatica, solo perché siamo abbastanza allenati. 800 metri in salita in 11 minuti netti.
Non male.
La suggestione continua alla fine del tunnel dove tutta l’area degli scavi è illuminata con candele a terra. Ci si vede poco ma è bello.
Ci guardiamo intorno cercando qualcuno da salutare.
Niente, che strano?! In genere incontriamo sempre qualche amico, ma questa è gente mai vista.
Boh!?
Cerco con lo sguardo le istallazioni, niente.
I chioschi, niente.
I box, niente.
Le roulotte, niente.
Le botti, niente.
Mi risolvo a chiedere ad un indaffarato omino arancione (protezione civile, non buddista) dove sono i rinfreschi.
Mi guarda interrogativo.
Mi chiedo cosa ci sia da guardare e da non capire.
Gli mostro la Enocard e chiedo: “Allora dove è l’evento?”
Mi guarda stupito ed esclama: “ma è questo l’evento!” e fa un gesto vago ad indicare tutta l’area e una platea di seggiole.
Tra me e me penso di aver incontrato un rincoglionito poi mi calmo e mi dico che lui è addetto alla sicurezza mica alla cultura?
Insomma, in preda a foschi presagi, mi giro, rigiro e raggiro tra un odeon e un anfiteatro, tra un dirupo e una staccionata, niente.
Non c’è niente, neanche un bar.
Il nulla solidificato.
Sconvolto afferro il Protettore Civile di Napoli per il bavero e gli urlo: “e la toilette, dov’è la toilette????”
“All’ingresso.” E si allontana un pò seccato.
Ventidue minuti per una pipì. Troppi. Lo spettacolo sta per cominciare.
Un uomo invisibile fa “scià, scìà, prova” e comincia a ringraziarci di essere intervenuti a questa serata voluta da Braian Ino e dedicata a Napoli.
Mi cominciano a ronzare le orecchie, mi dico che è la cervicale.
Ciccina preoccupata mi fa sedere tenendomi per il braccio.
Invisible Man continua: “…questi i fondamenti del progetto voluto dal curatore e che Brian Eno ha sposato per Napoli, a suo vedere città fortemente simbolica dalle infinite possibilità.”
Braian Ino, Brian Eno, Enocard che si pronuncia Inocard.
Non ci posso credere (ah, maledetta ignoranza).
Ciccina comprende e abbozza da gran signora (poco interessata essendo quasi astemia), l’esperto di vini sono io. E ho detto tutto.
Incomincia l’evento.
Shhhhh!
Sul palco un signore con un basso, un giovanotto o una signorina (non so, non vedo bene) che guarda un maxi-mini-schermo o un mini-maxi-schermo (cioè uno schermo che dovrebbe essere maxi ma per la distanza è mini), una biondina che guarda una specie di tastiera e Tonino il verdummaro di vico Freddo a Santa Maria, giuro che è lui!
Tonino ha davanti a se tre tastiere di computer e altrettanti monitor.
Li guarda per un po’ con una concentrazione degna di Giorgio Cagnotto prima dell’oro dalla piattaforma dei 10 metri.



E comincia.
Se i suoni ascoltati nel tunnel erano rarefatti, questi invece sono iterativi e ripetitivi.
Sono legati ad immagini che vanno e vengono, per lo più in bianco e nero.
Naturalmente suoni elettronici, un po’ freddi e distaccati, volutamente senza armonia.
Impossibili da fischiettare, tanto per capirci.
Sullo schermo compaiono immagini prima geometriche poi con una ripresa a pelo d’acqua di mare agitato, rollio.
Comincio a sentirmi lo stomaco e penso di aver fatto bene a non mangiare.
Ad ogni pausa ti viene da battere le mani per festeggiare la fine, ma non si sa se è finita sul serio ed ho paura della figuraccia.
Mi rannicchio sulla sedia impilabile in vera plastica. Mammina mia che scomoda che è.
Tonino, il verdummaro di vico Freddo a Santa Maria, imperversa saltando da un pc all’altro.
Non capisco se le note le sceglie a caso improvvisando o c’è una logica (a me sfuggente).
Ogni sette minuti si sveglia l’uomo con il basso e spara 2 arpeggi.
Non capisco se le note le sceglie a caso improvvisando o c’è una logica (a me sfuggente).
Ogni 12 minuti si veglia la biondina e fa qualcosa che non capisco su un attrezzo inusitato.
Non capisco se le note le sceglie a caso improvvisando o c’è una logica (a me sfuggente).
Il giovanotto o la signorina (non so, non vedo bene) continua a guardare il maxi-mini-schermo (o mini-maxi-schermo che dir si voglia). Anche qui: Caso o necessità?
L’umidità sale dal mare e ci attanaglia nonostante i giacchini.
Dopo trenta minuti (30) finisce il primo pezzo. Lo capisco dagli applausi e dagli ululati entusiasti.
Improvvisamente mi sento vecchio, disadattato come in una poesia di Alda Merini.
Ciccina mi guarda perplessa, legame empatico.
Comincia il secondo pezzo, gli ululati scemano (eh, eh, eh).
Shhhhhh!
Più o meno come prima, forse con una parvenza di ritmo per la comparsa di una batteria elettronica, of course, che non si capisce chi la suona. Tonino? La biondina?
Le immagini (sempre in bianco e nero) diventano verticali con un effetto illusorio di palazzi che “salgono” a cui, dopo un po’, si aggiungono nuvole che “scendono”, beccheggio.
Boccheggio.
Ciccina poggia il capino sulla mia spalla e si incastra perfettamente nel mio torcicollo. Mi rannicchio ulteriormente sulla sedia e piego la testa sui suoi capelli.
Li annuso soddisfatto, profumano da farmi rilassare.
Per due minuti esatti penso ad un impegno di lavoro della settimana prossima. Poi, forse la fame, mi ricorda che devo scrivere le ricette per il blog: quelle della grande cena.
Le conto, riso, 4 variazioni 4 di melanzane e pesce e il dolce di Pippotto, mammina bella 6 ricettuzze!
Poi la nuova sezione da inaugurare: CondiVisioni (Visioni di Condimenti) in cui riproduco le Vostre ricette, si proprio le VOSTRE!!!!!
Ho già fatte e fotografate la ciambella di carote degli Scriba, il pollo ai semi di papavero di Glo, l’esperimento n° X (che numero?, quando torno vado a vedere) di Lory, il flan di cipolle di Cavoletto, poi i fagiolini per Max ecc. ecc.
Tante altre sono ancora da fare!
Ma non è quello il problema, il problema è scriverci quattro sciocchezzuole vicino per raccontarvele sorridendo un pò. E per quello ci vuole tempo. Che ora non ho.
Allora mi avvilisco un po’ e la mente comincia a vagare lontano per evadere gli impegni, mi ricordo di quando andai a prendere mio fratellino malato a Fai della Paganella in meno di due giorni. Con l’auto di mio padre e con il mio amico/fratello che ora vive in USA.
Al ritorno mia madre mise mio fratello (quello vero, non l’amico) a letto e cucinò le linguine con i peperoncini verdi e pomodoro, alle 6 del pomeriggio. E chi le dimentica più le linguine con i peperoncini e il ritorno degli eroi!
Anche gli spaghetti alla Procidana si fanno con i peperoncini verdi però tagliati ad anellini e aggiunti al soffritto alla fine. E vogliono le alici fresche.
Mmmmhhh! Mi balena un’idea…
Quasi quasi…



Linguine, peperoncini e cozze!
Ma si! I peperoncini verdi li ho comprati e domani prendo le cozze.
Quindi si potrebbero fare con circa 1 chilo di cozze che pulisco e sbollento coperte a fuoco vivo, poi le svalvo e conservo l’acquetta di cottura.
Dopo lavo, asciugo bene e friggo in olio evo (per forza evo e dopo capisco il perché) i peperoncini verdi ma prima ne metto da parte una 15na per il sughetto. Man mano che friggo butto i peperoncini fatti (e per fatti intendo ancora verdi, mi raccomando che non devono dorare!) in una busta del pane (senza briciole) e aggiungo un po’ di sale.
Sacrifico quasi tutto l’olio del fritto ma ne conservo un velo che copre la padella dove butto 2 spicchi d’aglio e una punta di peperoncino (non è obbligatorio ma a me piace).
Mi seguite nel ragionamento?
Appena dorano li tolgo e aggiungo un mezzo chilo abbondante di pomodorini perini tagliati a metà (o schiattati come si dice da noi), li cuocio a fuoco vivace per … ma direi 6-7 minuti. Non di più perché sono buoni freschi.
Metto i peperoncini in un piatto fondo e aggiungo la salsa e tanto basilico ma conservo 4-5 cucchiai di salsa nella padella per dopo. Insieme ad una mozzarella di bufala faranno la loro figura.



Ci siete?
Io si, e mi lecco i baffi perché al pizzetto non ci arrivo ancora. Il contorno è fatto, se dio vuole (e perché non dovrebbe?).
Ora veniamo a noi e riprendiamo la salsa e la rimettiamo a fuoco vivo aggiungendo il sugo delle cozze bollite (ben filtrato ma che ve lo dico a fare…), direi, così a occhio (pardon, a memoria) 3-4 cucchiai, cioè a parità di salsa anzi meno e lascio andare mescolando con la cucchiarella. Il sugo perde il rosso e si arancia un po’. Va bene così, non vi preoccupate, è tutto calcolato.
Scegliamo la pasta.
È questo il vero problema! I peperoncini chiamano le languide linguine mentre le cozze implorano i vermicelli, duri e belli.
Che fare?
Ma, non so bene. Forse prevale il ritorno degli eroi.
Scelgo le linguine. Siete d’accordo?
Allora calo la pasta nell’acqua salata bollente (e con un cucchiaio di olio per non fare attaccare le linguine), 80 gr. a testa, va bene?
La salsetta, nel frattempo che rifletto e calo, si rapprende (che non è una cosa cattiva detta per un sugo), ci butto i rimanenti peperoncini tagliati ad anelli e le cozze sgusciate.
Scolo la pasta al dente, spadello per 2-3 minuti, aggiungo basilico e prezzemolo (si, tutti e due) e servo, che ne dite? Qualche cozza in più e fa da piatto unico.



“Flat?”
“Flat? Ti senti bene?”
“UHU!”
Non posso muovermi. Sono paralizzato.
“Flat, è finito, stanno andando via tutti.”
Sono indeciso se ho una tetraparesi spastica o una paralisi flaccida.
Forse quest’ultima è più credibile.
“AAAGRH, ho una paralisi flaccida, non riesco a muovermi.”
Mi hanno scollato in tre dalla seggiola di plastica. Uno era l’omino arancione.
Sorrideva soddisfatto.
Credo di essere uno dei pochi uomini al mondo capace di avere tre (3) mal di schiena contemporaneamente: alla cervicale (tra sesta e settima), alla scapola destra (apice supero mediale), e al passaggio dalla vertebra dorsale a quella lombare.
Al ritorno nel tunnel camminavo come uno zombie (per capirci).
Un bambino mi ha visto e si è messo a piangere.
Sorridevo soddisfatto.
Domenica si resta a casa.

Art performed by my little Daughter at Sunday morning (waiting for lunch)

mercoledì 9 maggio 2007

La prima sensazione fu di essere in vacanza con seppie, carciofi e cozze

fior di peperoncino

Forse non tutti sanno che (e forse ai più non gliene frega giustamente niente) che, in alcuni momenti dell’anno noi (a volte io da solo, sigh) si viaggia molto.
Se da un lato è bello perché si conoscono posti nuovi spesso belli, genti nuove spesso simpatiche, si conoscono anche trattorie nuove nelle quali si mette alla prova il nostro discernimento nel comprendere (da ignoranti quali siamo) cosa è tradizione e cosa innovazione nella cultura culinaria locale.
Non c’è dubbio che se è vero che la materia prima parla di mari e terre (disponibilità = tradizione) è nell’accoppiarsi degli elementi nella fucina alchemica dei tegami che si rivela (e rileva) la capacità innovativa, la giovinezza di un popolo, la capacità di ampliare il futuro.
Questo naturalmente vale per i paesi ricchi, dove c’è la possibilità, il lusso di scegliere di ingozzarsi fino a morirne o (semplicemente?) rifiutarlo anche qui fino a morirne.
Nel terzo mondo l’obesità è eccezionale e l’anoressia praticamente sconosciuta.
Ma c’è un altro indicatore dello sviluppo culturale di un popolo, di una città: il numero e/o la dimensione delle librerie.
In quasi ogni tappa, se il tempo ce lo consente, ci infiliamo in una libreria e ci vagabondiamo osservando, rispetto alle nostre consuete, la distribuzione dei libri, il risalto (o l’omissione) nell’esporre novità, classici, generi diversi.
Credetemi, si impara molto sulla “costituzione”, sulle aspirazioni, sulle abitudini degli autoctoni.
Recentemente a Forlì ne abbiamo visitata una ampia e bella sul corso principale, in assoluta assonanza ai nostri gusti (tutto è soggettivo!), ricca di generi diversi ben rappresentati, con un occhio attento alle novità (non solo l’onnipresente Wilbur Smith) ed ai gusti (eh, eh, eh), tra le decine di libri di cucina et similibus c’era veramente da perdersi ma non solo tra quelli.
Mentre Ciccina comprava “La cucina di Bahia ovvero il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di dona Flor” di Jorge Amado e Palma Jorge Amado (figlia) io mi sono perso, per esempio, sul un tavolo dedicato esclusivamente alla riedizione di Maigret de gli Adelphi.
C’erano praticamente tutti i volumi usciti sinora. Credo siano più di cinquanta rispetto ai 76 scritti da Simenon. Personalmente ne ho 47 in varie edizioni (di cui alcuni doppioni), compreso quelli di Mondadori con il dorso telato (da 200 £) comprati usati sulle bancarelle di Portalba a Napoli. Comprenderete bene (e giustificherete) la mia immersione total body in quei libri. Purtroppo, non essendo un bibliofilo ma un divoratore, dei titoli posseduti ne ricordo solo alcuni e, spesso, li confondo con quelli che desidero acquistare e che memorizzo in quel colabrodo della mia mente. D’altra parte il vizio di incellofanare i libri, seppure garantisce di comprare libri intonsi, impedisce agli smemorati una rapida scorsa chiarificatrice.
La naturale conseguenza è che spesso compro gli stessi libri più volte.
Insomma, per farvela breve, ne compro tre la cui lettura ho rimandata sino a pochi giorni fa, quando gli impegni di lavoro si sono momentaneamente diradati, e sono riuscito, di nuovo, a giungere al momento del temporaneo congedo non tanto stanco da non riuscire ad aprire un libro e leggere qualche pagina.
Il primo, “Il cavallante della Providence”, è andato bene, non l’avevo letto, ma mi ha lasciato una puntina di insoddisfazione in quanto, pur disegnando in modo efficace la psicologia dei personaggi (ovviamente in particolare dell’assassino/a) entra, a mio gusto, tardi nell’atmosfera e si sperde un po’ per fratte.
L’ho finito stanotte mentre aspettavo le dolci pulzelle (mie figlie) che rientravano dal crazy Saturday Night party che si svolge in questa città ogni week end.
Che devo fare? Loro sono grandi (20 e 17) ma io, come un cane pastore, se non sono a casa dormo male.
Stamane (un po’ rinco per avere fatto tardi, molto tardi) mi alzo e, mentre Ciccina (l’anima bella) prepara il caffè elenco le cose che dovremmo fare visto che è domenica: cambio di stagione (urgentissimo), terrazzo (pulire, tagliare, legare, concimare, affrontare cocciniglia e afidi imperanti, urgentissimo), cucinare per pranzo (moderatamente urgente), fare bucato (urgentissimo), pulire qualcosa o qualcuno (urgentissimo: la ns. polacchina è in ospedale perchè ha mangiato le cozze crude, ma ti pare a te che qualcuno a Napoli mangia ancora le cozze crude?).
Nel frattempo spunta il sole dopo diversi giorni di pioggia e Ciccina, atletica e sportiva com’è, non perde occasione, chiama un’amica e, in tutina (se ingrassa un altro chilo gliela nascondo, giuro) e scarpette, parte alla volta di Posillipo lasciandomi davanti ad una caffettiera ormai fredda. Solo, in tenuta notturna (vi assicuro, non è uno spettacolo edificante), con le figlie dormienti.
Vigliacca.
E magari vuole pure mangiare all’una.
Scendo presto a fare la spesa (qui si fa la spesa anche di domenica, per fortuna) per non affrontare gente. Purtroppo fa caldo e non posso mettere il cappotto sul pigiama allora mi lavo e vesto alla svelta (insomma non sembro proprio mister Dior).
Tappa unica il pescivendolo, lo guardo, ricambia, osservo i calamari grandi e belli, un po’ rosati, mi osserva con disprezzo, accarezzo con gli occhi le spigole greche lucide, sottecchia beffardo, mi allargo a destra verso la bacinella delle seppie, sorride soddisfatto, le indico e: “Me ne da un chiletto (da noi è tutto un vezzeggiativo) ben pulite?”
“Cumm’e vulite fa [Come le volete cucinare]?”
Domanda ovvia, imbarazzo gelido.
Come le voglio fare?
Mi viene in mente in una folgore, a spezzatino! Ma come glielo spiego?
Per favore le tagliate a parallelepipedi di 2 x 0,5 x 1 cm?
Non ce la faccio: “Ad anelli.” È un buon compromesso.
“E u nivure u bbulìt (e il nero lo volete [NB: la sacca del nero è un mio diritto essendo compresa nel prezzo in quanto le seppie sono pesate prima della pulitura])?”
“No grazie.”
Perdo punti (FdZ freme nell’aere internettiano per il mancato utilizzo del sacchetto ma a me il nero fa schifo).
Tecnocrati.com mi cancella dal rank.
“Quacch’ata cosa [Gradite altro]?” “No grazie. Anzi forse si, le cozze [belle, grandi, spagnole o adriatiche?] sono stabulate?”
Non perde tempo a rispondere: “Quante ne bbulìt?”
Mi svacco subito: “Un chiletto, [ci riprovo] ben pulite”.
“Dottò, e cozzeche ve pulit vuie”.
Me ne da 2 chili perché uno non serve a niente (questioni di sfrido, mi convince).
Pazienza.
Rientro rapido, strisciando sotto i portoni, nell’ombra del rifugio domestico tra i miei libri e fornelli accoglienti.
Scartoccio il pesce sul top Aiko, le cozze le metto a spurgare nel lavandino e riempio d’acqua, butto un po’ di sale grosso (è solo un intervento psicologico perché se sono stabulate non serve e se non sono stabulate non serve lo stesso, ma che vuoi fare?).
Guardo avvilito le seppie tagliate ad anelli.
Che fare [disse uno più grande di me]?
Riaccattorcio le seppie, mi dico che è presto, c’è tempo e le metto in frigo, in basso al ripiano della carne. Dopo vediamo.
Preparo un caffettino kimbo_oro (per le grandi occasioni).
Le figlie continuano a dormire. Ciccina continua a correre verso Posillipo.
Fa caldo, sul terrazzo l’aria è bella e il caffè non è venuto mica male.
Corsetta in camera a prendere il secondo libro di Maigret “Liberty bar” –Bar (della) Libertà- traduco dotto e mammolo.
Mmmmh, intrigante il titolo.
Sorseggio il caffè, accendo una sigaretta, pregusto e scartoccio.
Leggendo il risvolto di prima apprendo che l’amico George tra il 1931 e il ’72 ha pubblicato la bellezza di 76 romanzi e 26 racconti con il commissario Maigret. Perbacco! Mi faccio due conti aiutato dalla caffeina e dalla nicotina: 1,85 romanzi e 0,34 racconti/anno solo per Maigret per 41 anni consecutivi. E poi ci sono gli altri romanzi (belli anche quelli).
E io che mi lamento che non ce la faccio a postare una ricetta alla settimana!
Questo è stato scritto e pubblicato nel 1932, dunque uno dei primi!
Un romanzo di formazione (?).
Il risvolto racconta che il famoso commissario è ad Antibes, nella splendida Costa Azzurra di quegli anni, per indagare sulla morte di un uomo che gli somiglia stranamente!
Caspiterina!
Un (forse) ex agente segreto australiano, riservato, misterioso, duro in apparenza ma bonario, in cerca di una vita tranquilla (come lui, capisco).
William Brown (così si chiamava l’australiano) viveva con due megere (figlia sguaiata amante e madre volgare parassita) ma aveva una doppia vita: frequentava di nascosto “la casa dove non si parla mai del passato”. Il Liberty bar (dal risvolto: estremo rifugio di chi ne ha viste di tutti i colori e aspira solo all’oblio. Desiderio che forse cova anche in Maigret)!
Oh poffarbacco!
Mi metto più comodo con due cuscini (uno alla schiena e uno sotto le gambe).
Continuo dal risvolto di copertina: nell’atmosfera languida della costa Azzurra, il commissario giunge a dubitare di se stesso e della voglia di risolvere il caso.
Ma stiamo esagerando?!
Forse che l’innocenza del colpevole o la colpevolezza degli innocenti lo ferisce al cuore morale?
Un vago senso di colpa balugina anche alla mia mente.
Guardo le piante impidocchiate.
Mi dico solo un capitolo.

Traduzione di Ida Sassi.

Capitolo 1: il morto e le sue donne.
Incipit: La prima sensazione fu di essere in vacanza.
L’ho letto! Cribbio. Mannaggia al cellofan e a chi l’ha inventato!
E mo?
Leggo un altro po’.
Ricordo e non ricordo.
Vaghe reminiscenze di una storia bella.
Decido che non ricordo.
…
E rigirava meccanicamente fra le mani la fotografia di quel Brown che aveva la faccia tosta di assomigliargli.


Tic tac

Capitolo 2: parlatemi di Brown…

“Che cosa faceva di sera Brown?”
…
Allora il commissario entrò nel Liberty bar.


Tic tac

Capitolo 3: la figlioccia di William

Il bar era vuoto.
…
“Lei mi fa venire in mente William… quello era il suo posto… Anche lui quando mangiava posava la pipa vicino al piatto… Aveva le spalle come le sue… Sa che lei gli assomiglia?”. Si limitò ad asciugarsi gli occhi, senza piangere.


Tic tac

Capitolo 4: la genziana
Era l’ora rosata, ambigua, in cui l’umidità del tramonto si dilegua nella frescura della notte che si avvicina.
…
“Per favore, mi fa portare una bottiglia d’acqua?” chiese, avviandosi su per le scale.


Cribbio, ho dimenticato l’acqua minerale!!!!!!!!!!!!!!!!!
Che ore sono? Tardi, sono le 12.
Ricompattiamoci e salviamo il salvabile.
Nell’ordine:
via il libro;
svegliare le ragazze;
pulire le cozze;
cuocere le seppie;
fare il bucato;
pulire casa;
mettere mano al terrazzo.
Impossibile.
Riproviamo:
via il libro;
mettere a fare il bucato (da un idea di pulito);
passare la scopa elettrica (senza andare tanto per il sottile);
scopare il terrazzo (idem);
pulire le cozze (obbligatorio);
mettere a fare le seppie (necessario);
svegliare le ragazze (il più tardi possibile così non intralciano).
Possibile.

Esecuzione:
Per 4 personcine a modo (loro).
Con una spazzola di metallo grattate bene (e velocemente) le valve delle cozze eliminando alghette e denti di cane. Per i denti di cane potete usare un coltello.
Strappate, tirando verso la punta, lo strepponcino con cui si attaccano ai filari e ponetele in una pentola coperta a fuoco vivo senza acqua o altro. Girate ogni tanto per facilitare l’apertura.
Quando saranno aperte, scartate senza dubbi quelle poche rimaste chiuse (non sono buone).
Dei 2 chili, prendetene mezzo (kg) e sgusciatele in una piccola zuppiera, aggiungete un po’ di acqua di cottura dopo averla filtrata (colino + strofinaccio) e copritele.
Avviate la lavatrice a 30° gradi per non sbagliare.
Passate l’aspirapolvere nell’ingresso, corridoio e disimpegno pranzo.
Andate a portare il libro sul comodino.

Capitolo 5: il funerale di William Brown
Il sole già dava alla testa e, mentre nelle strade tutte le imposte erano ancora chiuse e i marciapiedi deserti, nella piazza del mercato la vita pigra e serena era cominciata da un pezzo.
…
Maigret si mise ad aspettarlo sotto un lampione, con le mani in tasca, la pipa tra i denti e l’aria scontrosa.


Posate il libro chiuso sul comodino. E non siate scontrosi.
Uscite dalla stanza e giurate di non rientrare più fino a dopopranzo.
Prendete un chilo di seppie tagliate ad anelli e decidete cosa farne.
Guardate bene in frigo cosa c’è.
Cosa c’è?
Due carciofi comprati ieri.
Bene.
Prendetene atto, oggi si mangia:
Menu di domenica
Primi piatti
linguine con seppie, carciofi e cozze

Secondi a scelta
impepata di cozze

Contorni vari
insalata mista (in busta).

Dessert
no

Bene.
Alea iacta est (Giulio Cesare).

Tagliate le seppie a rettangolini/parallelepipedi di 2 x 0,5 x 1 cm (va bè, sto scherzando, tagliatele a pezzetti con una forbiciona). Mondate dalle foglie esterne i 2 carciofi, tagliateli a fette sottili (longitudinali), eliminate la barbetta (se c’è) e nell’attesa metteteli in acqua e limone (i carciofi).
In una padella capiente, tanto da poter ricevere al momento opportuno circa 400 gr. di linguine, mettete 4 cucchiai d’olio evo (uno per commensale), 2 spicchi di aglio mondati, peperoncino a piacere (direi a mezza forza, non troppo). Appena dorati, scartate aglio e peperoncino e buttateci le seppie a pezzi, fuoco medio.
Girate ogni tanto e quando dorano un po’, aggiungete i carciofi e fateli soffriggere.
Aggiungete mezzo bicchiere di vino bianco bollente (lo stesso che servirete a tavola [ben fresco], evitate il Tavernello), fate evaporare, coprite e portate a cottura a fuoco dolce.


Correte a rifare il letto.

Capitolo 6: l’amico imbarazzato
A Cannes, Maigret si dedicò per ore al grigio lavoro che di solito si affida a un ispettore. Ma aveva bisogno di darsi da fare, di agire, o quantomeno di illudersi di agire.
…
La porta del bar si aprì, cosa che succedeva piuttosto di rado: un cliente si appoggiò al bancone e girò la leva della slot-machine.

Uscite dalla camera da letto e non rientraci più fino a dopo pranzo.
Ammassate velocemente le foglie dietro il vaso grande del terrazzo.
Il tempo è poco (verità lapalissiana).
Svegliate le ragazze per evitare che arrivino a tavola con gli occhi cisposi.
Rifiutate di preparare la colazione e affermate con aria risoluta che ormai è ora di pranzo, e che Cribbio santo! La prossima volta si sveglino prima (attenti con l’uso del congiuntivo a quest’ora, potrebbero non capire).

Se necessario aggiungete un po’ di acqua delle cozze filtrata (come sopra) alle seppie e carciofi.
Mettete la pentola della pasta con tanta acqua sul fuoco grande.
Apparecchiate sul terrazzo per 4 persone.
La scodella di Ciccillo resta dentro (lui non merita).

Accogliete Ciccina che torna tutta sudata, meno di voi, dalla piacevole corsetta con un bacetto sulle goccioline del labbro superiore. Non fatevi vedere assolutamente mentre vi detergete la bocca.
Regolate il traffico di accesso al bagno disputato da due ragazze incazzate (è sempre così, non so perché) e dall’atleta olimpica.
In cucina, di nascosto, asciugatevi il sudore dalla fronte e sorridete, sorridete sempre.
Anche se siete soli, tanto per non perdere l’abitudine.
Magari arrivano quelli di “Scherzi a parte”?

Con voce ferma, chiara e forte chiedete (alla casa): “Siete pronte? Butto la pasta?”
Restate calmi e soprattutto non raccogliete le provocazioni.
In fondo siete stati battezzati.
Appena bolle buttate le linguine (non nel cesso dove vorreste ma nell’acqua bollente e salata al momento del bollore).
Aggiungete un cucchiaio di olio nell’acqua (per non farle attaccare).
Girate la pasta ogni tanto.
Fate “Ohm” in espirazione e bevete un goccetto di bianco freddo per sdrammatizzare ma ricordate che l’alcolismo è la piaga domestica del terzo millennio e non si capisce perché.
Voi che lo capite non lo dite a nessuno perché tanto non vi crederebbero, ma che bella famiglia che siete!?
È inutile, i vostri hobbies sono la cucina e la lettura, siete un orso solitario, non c’è modo di evadere, non fate sport, a cinema dormite, “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Vi giungono urla belluine, avete paura che si facciano male.
Non drammatizzate oltre misura, fatevi un altro goccetto, in fondo sono sopravvissute sinora.
Date un calcetto amichevole a Ciccillo che continua a ronfare indifferente al cataclisma in atto nei servizi e annessi di questa casa.
Mi fa una rabbia.
Constatate le vostre colpe: avete sbagliato i tempi, tutti.
Ripetete “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Convincetevi che è vero.
Accendete sotto le seppie e carciofi e scolate le linguine al dente, buttatele nella padella e aggiungete le cozze sgusciate e, volendo, ancora un po’ di acqua di cottura (sempre filtrata ma che ve lo dico a fare?).
Urlate come una belva indemoniata: “È pronto a tavola!”
Fate i piatti, constatate che non avete, come al solito, fotografato gli ingredienti prima e nella rabbia potete solo documentare una padella mezza vuota.
Ma tant’è.


Dopo pranzo scendete a prendere un caffè al Liberty bar (dal risvolto: estremo rifugio di chi ne ha viste di tutti i colori e aspira solo all’oblio).

Capitolo 7: “Soprattutto, non vogliamo grane!”
Infastidito, Maigret si alzò e andò personalmente nel bar per evitare qualche manovra da parte delle due donne.
…
“Soprattutto, non vogliamo grane!”.
Nella hall l’ispettore Boutigues stava bevendo un porto in compagnia del direttore. Bei bicchieri da degustazione, grandi, di cristallo intagliato! E la bottiglia a portata di mano!

PULCINELLA DI GIADA MORSILLO

Scusatemi, ora ho il treno per Orvieto.
Alla prossima.

giovedì 3 maggio 2007

Le conseguenze dell’amore che, in altri termini, suona come: Fritto misto all’ascolana


C’era una volta una casa, di famiglia, chiusa da tanti anni che bisognava andare a visitare, a riaprire per risolvere tanti piccoli problemi che negli anni si erano cumulati.
Quale occasione migliore di un lungo ponte?
Quale?
E via, siamo partiti Ciccina, io e il desso, con la nostra mitica Saxò (1.100 cavalli di razza) alla volta di terre lontane.



Dove siamo stati?

i giocattoli di Ciccina (non amava le bambole, strana, eh?)


Attraversato l’Appennino, annusato l’aria di Vasto (magari FdZ stava cucinando i suoi nuovi piatti a base di pescato locale e ci invitava a pranzo? Niente) e infine giunti a dimora dopo, più o meno, 4 orette.
Premetto (voi lo saprete) che la pigrizia è il mio forte ma lo spettacolo (con rispetto parlando) era devastante.
Non so se avete mai riaperto una casa abbandonata?!
Naturalmente riscaldamento, acqua calda e gas per cucinare manco a parlarne. L’umidità maligna vi penetra nelle ossa e lo strato di polvere sui cui camminate vi arriva (giuro non esagero) alle caviglie.
Insetti morti e ragnatele vi accolgono spettrali, lenzuola e asciugamani puzzano di muffa.
Insomma ho sofferto un mancamento.
Ciccina, visto il mio scoramento, pratica e bella com’è, si è subito messa al lavoro, assicurando la sopravvivenza per la notte e spolvera, sbatti, scuoti, prendi in valigia, recupera metri quadri, butta DDT, ricava un quadrilatero di 12 mq adatto alla bisogna.
Diciamo un po’ come la storia di Davy Crockett a Fort Alamo assediato dai Messicani.
Insomma ci siamo messi di buzzo buono (si dice cosi?) al lavoro, ognuno per la propria specialità e in 48 ore la casa era abitabile (o quasi).
Ciccillo ha collaborato molto alle pulizie.


Io finalmente ho letto il libretto di istruzione della macchina fotografica (non proprio tutto) e ho fatto un po’ di esperienza.



Ma sono diventato anche un grande esperto in BBQ.


E appena ho potuto guardarmi intorno, con meraviglia ho appreso la bellezza dei luoghi. C’è pure il mare (in foto a sinistra una linguetta).



Ma non basta! Ci siamo concessi anche svago ed esplorazione.

In un blitz siamo andati ad Ascoli Piceno, una deliziosa cittadina marchigiana, alla III edizione del “Fritto misto all’italiana”. Una cittadina deliziosa ma ammantata di odore di … fritto (e cos’altro?).
Insomma una Festa dell’Unità (non so se avete presente) della zeppola e varie.
C’erano stand dell’Abruzzo (formaggio fritto), Alto Adige (krapfen ecc.), Campania (panzarotti e zeppoline), Emilia Romagna (torta fritta ecc.), Marche (da padrona, fritto all’ascolana e fritto di paranza), Piemonte (misto piemontese), Sicilia (arancine, panelle, siciliane, cuddridedda, cannoli [finiti]), Toscana (misto toscano) e “world food” India (samosa, mix pakora, gulab), Marocco (brewas dolci e salati, scebbakie), Perù (chicarron, pollo broaster ecc.), Portogallo (pasteis de bacalhau [mannaggia erano finite!], pataniscas, ecc.), Repubblica Slovacca (encian, palacinky).
Direi che lo stand siciliano era il più gettonato.
Grandi assenze il tempura giapponese (c’era una conferenza esplicativa [ma come si dice? Te la fai fritta?]), il carciofo fritto del ghetto romano (opinione personale) ed i felafel (o falafel).
C’era una … Vinea con alcuni vini regionali Piceno (rosso, notevole), toscani (buono come sempre il Chianti mentre il Sangiovese in purezza convinceva di meno [de gustibus…]), mancavano i vini chiari dell’Alto Adige che forse sui fritti si sarebbero sposati meglio, peccato.
Ma il peccato più grande era bere in bicchieri di carta.
Lancio una crociata contro il bicchiere di carta, chi mi segue?
(Una volta sono stato a Francoforte ad una fiera dei vini del Reno [veramente deliziosi], dove per bere le Aziende ti davano un bicchierino di vetro con il loro logo e tu lasciavi un deposito.
Se lo riportavi riavevi i soldi altrimenti conservavi il bicchiere ricordo.
Siamo ripartiti con 18 bicchierini. Questa è civiltà!)
Insomma lasciati gli stand abbiamo necessitato di riposo e accoglienza in un bel bar di piazza del Popolo (bellissima!) per bere una grande birra alla spina (per la cronaca una San Miguel).
La notte un bruciore di stomaco che non sto a raccontarvi.
Basta, non ho l’età per le feste dell’Unità e non ho nemmeno più lo stomaco (o il fegato?).
E dire che avevo 2-3 indirizzi di trattorie del “Gambero rozzo”!

Naturalmente il primo maggio non siamo riusciti a fare la spesa e quindi, tornati a casa, abbiamo avuto modo di iniziare una nuova sezione di questo blog: Le conseguenze dell’amore.
Cioè?
Piatti che derivano da altri piatti, insomma rimasugli, l’arte del riciclo o dello “svuota-frigo”.
Il piatto di stasera è una conseguenza (fantastica, quasi meglio dell’originale) dei famosi Spaghetti aglio e olio. Appartiene di diritto ai Falsi d’autore perché è della serie: si può fare una frittata senza rompere le uova?
A Napoli si può.

La frittata di Scammeri

Scammeri, chi era costui o costei? O cos’era?

a) Scammeri è una industriosa frazione di Ariano Irpino (AV) dove ci fu una moria delle ovaiole che costrinse la gente, in un lungo inverno, a sviluppare una cucina alternativa;
b) Aureliana Scammeri era una antipatica dirimpettaia di mia madre che, rimasta senza uova e non volendo chiederne in prestito, inventò per dispetto la mitica frittata (poi copiata suo malgrado da mia madre);
c) di Skammeri era la mia tata albanese, talmente povera che conosceva solo le capre che, come si sa, non fanno le uova;
d) Ska era il cuoco di bordo di una nave vichinga che, accortosi di aver dimenticato di comprare le uova prima di imbarcarsi, piuttosto che farsi decapitare, ingegnò questo piatto portentoso ma purtroppo gli venne bruciacchiato, allora il prode capitano Eron Kiapp lo fece buttare a mare (insieme alla frittata), rimase nella mitologia norrena in quanto la vedetta dell’albero maestro, vedendolo a bagno gridò: Ska a mer!;
e) Miss Mary Skam era una simpatica e cicciotella dietista del St. Mary Hospital di Oxford impegnata a diffondere i benefici connessi alla dieta mediterranea e amante dei (paesi) latini. Provò grande sconcerto quando, proprio lei, risultò ipercolesterolemica ad un normale controllo del sangue ed allora di necessità fece virtù ottenendo così il suo breve momento di notorietà (presso alcune famiglie napoletane);
f) Altro, specificare.


Ingredienti (per 2 piatti di spaghetti aglio-olio stasera e 4 porzioni di frittata domani)
Vermicelli 500 gr.
Olive nere di Gaeta 200 gr.
Capperi 70-100 gr.
Alici salate 4-5
Peperoncino qb. (ci vuole)
Aglio 2-3 spicchi
Olio evo saporito 6 cucchiai
Prezzemolo
Sale (pochissimo!)



Procediamo ché mi sta venendo fame.
Degli spaghetti aglio e olio esistono infinite varianti, tutte buone, con le noci, con il pan grattato (quello fatto in casa), con i carciofi, con i frutti di mare (of course), con i pomodorini ecc. ecc.!
Insomma almeno un terzo della cucina napoletana parte da questa base.
La ricetta di stasera sta alla Puttanesca come la gricia sta all’amatriciana.
Sciacquate e snocciolate le olive, dissalate i capperi e tritateli insieme a poco prezzemolo.
Mettete 4 cucchiai d’olio in una padella sufficiente a ricevere gli spaghetti al momento giusto.
Soffriggete aglio, alici e peperoncino, quando dorati toglieteli (le alici devono scomparire) e aggiungete il trito.
Portate a cottura in pochi minuti girando con una spatola e mettete da parte qualche cucchiaiata di condimento.
In abbondante acqua (POCO) salata cuocete i vermicelli al dente (io li ho cotti per 9-10’ invece dei 14 riportati sulla confezione, tanto per capirci), scolateli e saltateli brevemente in padella aggiungendo il resto del prezzemolo.
Servitevi, condite con due cucchiai di condimento che avrete messo da parte e mangiate con calma perché l’ansia a tavola fa male.
Conservate in frigo il resto della pasta.



L’indomani: ungete la già nota padella mitilus con i rimanenti due cucchiai di olio, ammassate bene la pasta avanzata, chiudete, sistemate un accrocco a pendenza e cuocete a fuoco dolce, facendo ruotare la padella obliqua sull’accrocco.
Dopo circa 15’ girate e ripetete la rotazione per altri 10. Deve risultare croccante fuori e morbida dentro.
Prima di affettarla aspettate che si raffreddi un po’.
Guten appetit!

giovedì 12 aprile 2007

Quel che resta del giorno...


Tornavo cogitabondo a casa dal lavoro (si sa che le responsabilità incidono sull’umore) quando detto umore vira decisamente al nero per una telefonata di Ciccina (ma perché chiama sempre a quell’ora?) che mi ricorda di comprare la lettiera per Ciccillo, un petto di pollo (sempre per il desso) sapone lavatrice ecc. ecc. e, per giunta, mi avverte che tornerà alla 9 (leggi 21) ed ha molta fame.

Ma ditemi voi come posso fare io (da solo praticamente) a lavorare, fare la spesa, cucinare e, per giunta, tenere un blog?

Ma voi, voi dico, come fate? Chi vi aiuta?

Per puro dispetto decido di comprare esattamente (ed esclusivamente) le cose che mi ha chiesto.

E basta.

Cioè rinuncio alla promessa lonza di maiale caramellata al limone che dopo tanti giorni di ascesi (praticamente una Pasqua in bianco) pensavo ci fossimo meritati.

Diciamo che come dispetto somiglia un po’ a quello del marito che, per fare dispetto alla moglie, si castra. Ma che vuoi fare, quando il carattere è brutto…

Arrivo a casa, metto a fare il pollo per il parassita, apro un solopaca (rosso) e saltello un po’ tra i TG.

Poi comincio a pentirmi, vuoi perché tra poco torna (la Parassita) vuoi perché il vinello (a digiuno) sa fare il suo mestiere, sospiro rabbonito, mi alzo e mi metto a rovistare tra le provviste di sussistenza.

Zuppa di mele e fagioli

(dedicated to Cat and Morso)

Ingredienti per 4 persone:
mele annurche 2 (circa 300 gr)
fagioli cannellini secchi 300 gr
pancetta coppata paesana 50 gr
farina bianca, 2 cucchiai
cipolla 1
brodo vegetale 1 litro
aceto di mele 1 cucchiaio
miele 1 cucchiaino
olio evo 1 cucchiaio
sale & pepe bianco
rosmarino (una antecchia)

Preparazione:

Mettete a cuocere i fagioli per un’ora circa in acqua non salata, a fuoco lento.

Tagliare la pancetta a dadini e unirla in una padella con la cipolla e un cucchiaio di olio fino a dorare, aggiungere la farina e bagnare con un po’ di brodo, girare bene per fare sciogliere i grumi (praticamente una mini vellutata), aggiungere il resto del brodo e lasciarlo ridurre alla metà a fuoco dolce, dopo circa 15 – 20 minuti unire l’aceto di mele, un cucchiaino di miele e un pizzico di sale.

Quando i fagioli saranno cotti versarli nel brodo ristretto e continuare a fuoco dolcissimo.

Pulire le mele e tagliarle a dadi, unirle ai fagioli e farle insaporire per circa 10 minuti per farle ammorbidire, regolare il sale e servire ben caldo guarnendo con un’antecchia di rosmarino.

E gnam gnam… slurp!

Meglio tardi che mai.

PS: è agrodolce.

lunedì 26 marzo 2007

Riso e verze

Prima di passare alla ricetta consentitemi di dire due parole… magari quattro…

Perché questo blog?

Principalmente perché ho sempre amato cucinare e negli ultimi tempi ho scoperto questo mondo per me nuovo.

Un paese virtuale dove scambiare consigli e ricette in semplicità.

Ne sono rimasto affascinato e devo perciò ringraziare le persone che ho incontrato anche se solo con passaggi silenziosi. In primo luogo Fior di Zucca (cercando una ricetta per una cena ho conosciuto casualmente il suo sito, il primo!), è stato amore a prima vista! Che foto, che ricette originali, che simpatia! E tramite i link ho cominciato a viaggiare nei vs. blog: cavoletto di Bruxelles, (la prima ricetta realizzata, il flan di cipolle, grazie spero di postarla presto!), un tocco di zenzero, cuochi di carta, cucino in giardino, passione&cucina, comidademama, la zuccheriera (ahi, ahi Cannella! :-< ), lo spazio di staximo, francescav, il maiale ubriaco, la piccola casa e ancora tanti altri…

Ecco, insomma. Ho pensato di avere qualcosa da scambiare anche io, perché no?

I miei tentativi di riprendere la cucina del territorio, le materie fresche, di usare pochi condimenti, di fare cioè una cucina che fosse, nello stesso tempo, sana e buona potevano avere ora un pubblico di critici, spero, benevoli. Di persone che potessero sperimentare le mie ricette, che poi spesso non sono mie ma chissà di chi!!!!

Appena imparo vi linko tutti, si dice cosi, no?

Bene, una domenica migliore per cominciare non poteva esserci!

Tempo nero e grandine, mia figlia ed il suo boy friend che vengono a pranzo, non proprio vegetariani ma quasi…

È il tempo di una ricetta napoletana invernale (spero una delle ultime) rivisitata per adattarla ai gusti moderni, nel senso che nasce come minestra ma qui è stata trasformata in risotto.

C’è da dire che il riso non è proprio una specialità napoletana. Infatti su circa 735 ricette della bibbia della cucina napoletana di Jeanne Càrola Francesconi solo 11 sono a base di riso (e di queste ben 5 sono sartù)!

La ricetta base prevede l’osso di prosciutto ma l’ho sostituito con la pancetta ed ho ridotto il contenuto di grassi rispetto all’originale (di mammà) quindi, se vi piace e potete consentirvelo, abbondate un po’.

Ingredienti per 4 persone
Una verza di circa 1 kg
2 cipolle gialle (napoletane)
2 coste di sedano
Riso semigreggio da risotti gr. 300
Pancetta paesana coppata gr. 50
Olio evo 6 cucchiai
Scorza di parmigiano tagliata a cubetti
prezzemolo
Sale & pepe

Per il brodo vegetale

1 cipolla

1 costa di sedano
1 patata
1 carota
4-5 foglie di verza
2 litri d’acqua
Poco sale

Per la fonduta di parmigiano

50 gr. di parmigiano grattugiato
2 cucchiai di latte
1 noce di burro


Avviate il brodo vegetale.

In altra pentola dal fondo spesso mettete a soffriggere in 3 cucchiai di olio la cipolla e il sedano tagliati a soffritto e aggiungete dopo poco la pancetta tagliata a cubetti. Fuoco dolce, rimestate spesso perché l’olio è poco!

Scartate le foglie esterne della verza, tagliatela grossolanamente a listarelle e lavatela bene.

Appena la cipolla è dorata aggiungete le scorze (grattate esternamente con un coltello) di parmigiano a tocchetti e la verza, salate (poco) per farle perdere l’acqua.

Lasciate cuocere a fuoco dolce, coperto, per circa 40 minuti rimestando e aggiungendo un mestolo di brodo se necessario.

Versatela con il suo brodo di cottura in una zuppiera e, nella stessa pentola, aggiungete 3 cucchiai di olio, una cipolla tagliata sottile e, appena dorata a fuoco dolce, il riso che farete tostare aumentando la temperatura e rimestando continuamente per un paio di minuti. Attenti a non bruciare la cipolla!

Abbassate la fiamma e, a fuoco medio, aggiungete il brodo un mestolo per volta e, quando il riso sarà circa a metà cottura, aggiungete la verza riposta precedentemente.

Un’alternativa esteticamente molto gradevole è frullare la verza prima di aggiungerla al riso ma, in questo modo, perdete la sapienza dei tocchetti di pancetta e di parmigiano che quando mangiando capitano in bocca, sono una vera delizia. Scegliete voi se volete forma o sostanza.

In ogni caso, portate a cottura il riso, aggiustate di sale (con prudenza: verza e ceci tradiscono facilmente) & pepe, spegnete e mantecate con poco olio e prezzemolo tritato.

Lasciate riposare coperto per 3-4 minuti.

In un padellino antiaderente fate scogliere il parmigiano con il burro e il latte fino a fusione rimestando velocemente (ovviamente con mestolo di legno, e che ve lo dico a fare?).

Fate i piatti e servite versando un po’ di fonduta su ogni porzione.

Hanno fatto il bis! Che soddisfazione.

Amen.






En français : recette d'hiver


C'est un temps pour une recette napolitaine d'hiver, revisitée pour l'adapter au goût moderne, car ce fut une recette de soupe que nous transformons ici en risotto.

Il faut bien le dire, le riz n'est pas vraiment une spécialité napolitaine. En fait, sur les quelques 735 recettes de la bible de la cuisine napolitaine de Jeanne Càrola Francesconi, on n'en trouve que 11 à base de riz, dont 5 de sartù. (Le sartù, prononcé sartou, serait un plat traditionnel à base de riz farci avec de la viande et éventuellement des petits pois, à la tomate ou non. Le mot viendrait du français surtout. ndt)

La recette originale utilise de l'os de jambon, mais je l'ai remplacé par du lard, et j'ai réduit la quantité de matières grasses par rapport à la recette de grand-mère. Donc, si vous préférez... et si vous pouvez vous le permettre, ajoutez-en.


Ingrédients pour 4 personnes :
Un chou de Milan d'environ 1 kg.
2 oignons jaunes (napolitains).
2 branches de céleri.
300 g de riz complet pour risotto.
50 g de lardons (ou du bacon).
6 cuillères à soupe d'huile vierge extra.
De la croûte de parmesan coupée en petit cubes.
Persil.
Sel, poivre.

Pour faire le bouillon :
1 oignon.
1 branche de céleri.
1 pomme de terre.
1 carote.
4 ou 5 feuilles de chou.
2 litres d'eau.
Un peu de sel (pas trop).

Pour la fondue de parmesan :
50 g de parmesan râpé.
2 cuillères à soupe de lait.
1 noix de beurre.

Faites le bouillon.

Dans une autre casserole à fond épais, faites revenir dans trois cuillerées d'huile l'oignon et le céleri finement hachés. Ajoutez peu après les lardons (ou le bacon taillé en petits dés). À feu doux, et remuez souvent car il n'y a pas beaucoup d'huile.

Enlevez les feuilles flétries du chou. Coupez-le en tranches fines. Lavez-le bien.

Dès que l'oignon est doré, ajoutez en petits morceaux la croûte de parmesan (dont vous aurez grattée l'extérieur avec un couteau), puis le chou. Salez modérément pour lui faire perdre son eau.

Laissez cuire à feu doux et à couvert pendant environ 40 minutes, en remuant de temps en temps (ajoutez une louchée de bouillon si nécessaire).

Versez la préparation avec son jus dans une soupière. Dans la même casserole, faites revenir un oignon haché menu dans 3 cuillerées d'huile, puis, dès que celui-ci est doré, le riz que vous ferez griller en montant le feu, et sans cesser de remuer, pendant 2 minutes. Ne faites pas brûler l'oignon !

Abaissez la flamme, et, à feu moyen, ajoutez le bouillon petit à petit. À peu près à mi-cuisson, ajoutez le chou que vous avez réservé.

Une variante consiste à passer le chou au mixeur avant de l'ajouter au riz. C'est très plaisant esthétiquement mais on perd ainsi l'expérience de petits bouts de lard et de parmesan qui, quand ils vous passent en bouche, sont un vrai délice.

Dans tous les cas, finissez la cuisson du riz (il devra absorber le bouillon sans être sec), rectifiez l'assaisonnement en sel et poivre (prudence avec le sel) Éteignez le feu et travaillez la préparation avec un peu d'huile et du persil haché.

Laissez reposer à couvert pendant 3 ou 4 minutes.

Dans une petite poêle anti-adhésive, faites fondre le parmesan avec le beurre et le lait en remuant bien (avec une cuiller en bois, dois-je le préciser ?).

Préparez les assiettes et servez en versant un peu de fondue de parmesan sur chaque portion.